Presentazione di Isabel Rodà

PRESENTAZIONE DI ISABEL RODÀ DE LLANZA

Roma, 12 maggio 2016 – Istituto Nazionale di Studi Romani, Piazza Cavalieri di Malta, 2
Presentazione del XX volume de "L'Africa Romana"


L’evento di oggi commemora realmente un vero e grande successo. Ringrazio moltissimo per l’onore che mi è stato dato, di potere parlare in questa prestigiosa sede; e debbo confessare che la scelta e la distinzione mi ha commosso. Il programma stabilisce che sia quasi l’ultima, ma non per questo voglio omettere di riconoscere il grande merito di Attilio Mastino, che in 30 anni ha saputo non fermarsi nè disperarsi mai, nella continuità dell’organizzazione di 20 Convegni e la pubblicazione puntualissima degli Atti corrispondenti. Volumi che consolidano ancor di più il ponte storico tra la Sardegna e l’Africa, con un intenso e fluido scambio tra ricercatori europei e dei paesi del Nord-Africa e con il supporto di diverse istituzioni, in modo speciale quelle della Tunisia, come viene giustamente esposto nella presentazione di Claude Briand-Ponsart. È stata per Attilio una fatica di Ercole, ma per fortuna in questo caso non è rimasto da solo. Tutti sappiamo e riconosciamo il coraggio e la costanza del Professore e amico, Attilio Mastino, meritatamente nominato Socio Onorario dell’Associazione Nazionale Archeologi (ANA). È stato veramente lui il grande imprenditore; ma il “capitano della nave” ha avuto un equipaggio bravissimo e ha saputo lasciare a ciascuno un suo ruolo, protagonista e importante, incominciando per gli entusiasti professori e ricercatori dell’Università di Sassari come Giovanni Brizzi, Raimondo Zucca, Cinzia Vismara, Piero Bartoloni, Marco Milanese, Antonio Ibba, Alessandro Teatini … e un lungo altro elenco. A tutti loro va la mia testimonianza di ammirazione e di gratitudine perché hanno reso possibile questo punto di riferimento per la storia antica, l’archeologia e la filologia.

Il nostro omaggio sincero a Paola Ruggeri, direttrice adesso del Centro di Studi Interdisciplinari sulle province romane, diretto in precedenza da Raimondo Zucca. La prof.ssa Ruggeri è l’editrice di questi monumentali Atti del Convegno tenuto a Alghero-Porto Conte dal 26 al 29 di settembre di 2013, con l’aiuto inestimabile di Maria Bastiana Cocco, Alberto Gavini, Edgardo Badaracco e Pierpaolo Longu. Sono 3 volumi con 2570 pagine e un totale di circa 200 contributi, molti con diversi autori. È difficile immaginare il lavoro di coordinamento, con tanti interventi che non sempre arrivano puntuali e tutti prima o poi siamo stati amichevolmente e gentilmente sollecitati, così da arrivare in tempo alla pubblicazione finale. Stabilire un ordine, in questi condizioni, è opera ciclopica, e utilissimi sono gli indici alla fine.

Gli Atti di questo ventesimo Convegno sono, emotivamente, dedicati alla memoria delle vittime del terribile attentato del 2015 al Museo Nazionale del Bardo. Pagine sincere e piene anche di emozione sono quelle dedicate a coloro ci hanno lasciato, sempre troppo presto: Claude Lepelley, Enzo Aiello, Emilio Gabba, ai quali dobbiamo ora aggiungere la scomparsa di Nicola Bonacasa e, nel mese di marzo, del prof. Josè M. Blázquez che è stato per tanti anni un grande maestro, di molte generazioni di professori universitari in Spagna.

Mi è stato affidato il compito di parlare sui contributi di argomento romano, anche se in tanti saggi si parla di continuità dall’epoca protostorica fino quella romana e medievale, come del resto è giusto che sia, visto il tema principale del Convegno: “Momenti di continuità e rottura”. Fare un commento approfondito di ognuno è un’impresa impossibile, nella mezz’ora assegnata. Sarebbe come spiegare la guerra dei Cento anni incominciando: “alle ore 8 del primo giorno” …

Apriamo con i contributi del primo volume, che per il periodo romano comincia nella pagina 215 con tre magnifici articoli su Leptis Magna che toccano il Complesso Severiano, l’utilizzo del marmo pentelico, le maestranze e i modelli decorativi, per esaminare anche le recenti indagini nell’anfiteatro e le sue tre fasi costruttive, con una proposta di restauro. Andiamo subito ad un altro anfiteatro della Libia, quello di Sabratha e la sua tecnica edilizia, tenendo conto dei marchi di cava. Ancora in ambiente dei ludi, si esaminano le tabulae rinvenute nell’anfiteatro di Cartagine che offrono una nuova luce sulla organizzazione delle venationes e le emozioni che destavano tra gli spettatori e gli stessi venatores, di cui tratta la tesi di dottorato dell’autrice del contributo. Continuiamo a Cartagine per riesaminare gli altari augustei e giulio-claudii, tra i quali un pezzo capitale è l’ara gentis Augustae e anche due lastre scoperte tra l’anfiteatro e le cisterne; non sfugge all’autore la problematica del tempio sulla collina di Byrsa.

L’articolo seguente tratta delle piscinae o vivaria dell’Africa, con esempi a Cartagine, Thuburbo Maius e Bulla Regia. Quindi si presenta una nuova cartografia basata su tale tematica, per la zona di Thala-Haïdra, al centro della Tunisia.

Passiamo alla scultura. Una bella statua giovanile rinvenuta a Chemtou e databile al 200 d.C., viene qui considerata una replica del Ragazzo di Dresda, attribuibile a un originale policleteo. Segue un articolo molto ampio, che disegna lo sviluppo del ritratto romano nelle province africane d’epoca severiana fino all’invasione vandala; prova a rintracciare l’eredità indigena, ma forse in un’epoca assai tarda e personalmente ritengo che i rilievi funerari di Ghirza debbano essere esaminati sotto un’altra luce e su altri binari.

Si continua con una serie di contributi sui mosaici, a cominciare da una riconsiderazione dei Mamuralia nell’ambito dell’ideologia augustea, partendo della scena di un mosaico della “Maison des Mois” di Thysdrus, il celebre calendario figurato. Si discute poi della continuità e rottura nei mosaici nordafricani con riferimento al tema dei ludi pugilum, a proposito di committenti e artigiani in epoca vandala e bizantina. E arriviamo al contributo che pure ha avuto il tempo di consegnare lo scomparso Josè Mª Blázquez, su miti e leggende omeriche nei mosaici della Hispania e del Nord-Africa, con un repertorio molto completo di temi mitologici che l’Autore si proponeva di continuare, in un futuro che sfortunatamente non arriverà per lui. Il nostro ricordo e l’omaggio più sincero per il Professore Blázquez.

Viene quindi un gruppo di saggi dedicati ai mosaici, che s’inizia con l’articolo sulla continuità di circolazione di un modello orientale maschile, con tunica manicata, anaxyrides e berretto frigio, utilizzato in una assai ampia serie iconografica. Un nuovo mosaico è stato scoperto nel frigidarium delle terme della Colonia Iulia Neapolis, nel corso della campagna 2013, che ha messo in luce, grazie a prospezioni subacquee, anche quattro officinae per salsamenta.

Nella parte consacrata alle iscrizioni, incominciamo con le cosiddette “Bauinschriften”, che nell’Africa sono assai ricche d’informazioni e suggerimenti. L’epigrafia illumina anche lo status giuridico dei terreni dei templi costruiti dai cittadini di Thugga. Più avanti vediamo come un elenco di 88 iscrizioni consente di avanzare proposte sulla organizzazione di epula, banchetti offerti da cittadini evergeti, quali sono rappresentati in parecchi mosaici. Lo studio delle iscrizioni di Thibilis consente d’immaginare l’élite e le strutture sociali della città.

In parte collegati all’epigrafia, diversi contributi si dedicano alla rete viaria, prima dell’entroterra settentrionale di Hadrumetum e poi con un inquadramento generale dei problemi di viabilità antica nell’Africa Proconsolare, da non disgiungere dai rapporti di Roma con le popolazioni locali. Chiude questa sezione lo studio del limes africano, con un’analisi del dispositivo militare romano alla frontiera sud.

Andiamo avanti con Numidia e Mauretania e troviamo un quadro generale della storiografia sulla Numidia e la sua popolazione fino il regno di Giuba I. Nella regione dell’antica Satafis apprendiamo che scoperte accidentali hanno consentito di intravedere meglio lo sfruttamento delle campagne. Un articolo significativo è quello che parla della decorazione architettonica con foglie di acanto in Numidia e Mauretania, con un influsso dei modelli italici ed egei. A proposito del nome di Guelma, l’autore fa una riflessione sul peso del sostrato berbero. Proveniente da Calama è anche un tesoretto d’epoca alto-imperiale con 69 monete; finora nella regione si conosceva soltanto un altro tesoro, scoperto nel 1953.

E arriviamo al Marocco, cominciando per le vie settentrionali e per gli itinerari marittimi, tra l’antichità e il medioevo. Si continua con la valutazione della fondazione di tre colonie nella politica organizzativa romana nella fine del I secolo a.C. Entriamo nell’ambito dell’etnografia col tema del cambio e della continuità tra i Getuli del Sud della Mauretania Tingitana. Ingressi, porte e finestre sono per la prima volta studiati nel loro insieme a Volubilis, dove l’onomastica degli abitanti permette di distinguere tra autoctoni e forestieri, venuti soprattutto dall’Italia e dalle Hispaniae. Di Sala si studia un mosaico che è un pavimento di un frantoio. Nel quadro della numismatica, si analizza l’immagine della Mauretania nelle monete del regno di Adriano.

I tre ultimi articoli del primo tomo offrono quadri generali. Due saggi propongono una valutazione d’assieme di 30 anni d’archeologia funeraria nei Convegni L’Africa Romana e sulle prospettive di questa linea di ricerca. Un terzo presenta, dalla sponda meridionale, il cosiddetto “Cerchio dello stretto di Gibilterra”.

Il secondo tomo, con un totale di 71 contributi, per lo più di tematiche romane, continua con l’archeologia del Marocco, iniziando con una rivisitazione del sito di Tamuda, presso Tetuan, e le vicende della sua identificazione. Si continua ancora con Tamuda, in due lavori consecutivi firmati da una medesima équipe di ricercatori, che offrono i risultati della campagna di scavo del 2011 agli inizi del castellum e del suo urbanesimo e cronologia. Seguono contributi sui doni votivi nell’Africa romana, con una bella indagine sui votivi anatomici fittili come elemento di continuità culturale. Molto interessante è poi la riflessione sull’importanza delle culture native nella creazione e sviluppo dell’idea di città-stato e il salto allo “Stato” territoriale; in questo senso, la Grande Numidia di Massinissa ebbe un ruolo eccezionale.

A partire dalla pagina 955 si pubblicano articoli sui viaggi in Cirenaica nel XVIII e XIX secolo e sullo sviluppo dell’archeologia italiana in Libia durante la seconda guerra mondiale, con una notevole differenziazione osservabile tra la Tripolitania e la Cirenaica, come accade ancora oggi. Seguono un bilancio delle conoscenze su Cherchel, con le ricerche dal 1840 fino ai nostri giorni, e un riesame della storiografia sul Marocco antico. Una riflessione sulle gentes o nationes serve per analizzare l’organizzazione provinciale nel sud della Pronconsolare e della Cesariense.

Ritorniamo al Marocco col contributo sulle ricerche a Volubilis, nel periodo dei Mauri, e con le analisi della tabula Banasitana che permettono un approfondimento sugli spostamenti del personale equestre di alto ceto, secondo le interpretazioni lasciate dal grande H.-G. Pflaum più di 50 anni orsono. Viene in seguito uno studio su briganti e ribelli nelle campagne africane del III secolo.

Compaiono poi lavori d’insieme, relativi alla tarda antichità. Prima, sulla creazione della Mauretania Sitifense; poi, sui lavori di manutenzione dei templi dell’Africa proconsolare in epoca tetrarchica e costantiniana. Si parla anche del contrasto tra l’Imperatore e l’Usurpatore nei Panegirici latini costantiniani. Una riflessione d’insieme molto ampia e valida è quella che rientra nella attività commerciale mediterranea fra l’età imperiale e l’età tardo-antica, che diminuisce verso la fine del V secolo e scompare nel VII. È molto utile rivisitare anche la questione della fine dello sfruttamento delle cave, tramite il riesame del sito di Chemtou, l’antica Simithus, e dell’impianto di un ergastulum. La testimonianza di Agostino serve per parlare della conversione degli Ebrei al cristianesimo. Poi si analizza lo sviluppo del centro di Cartagine nel V e VI secolo. Si continua con un bilancio degli studi sulla tarda antichità e sul cristianesimo nei Convegni dell’Africa Romana, dal 1983; poi con un contributo su una tematica di lungo sviluppo, qual è il rapporto tra cristianesimo e Impero, in questo caso sotto la luce dottrinale di Agostino. Un dibattito tuttora aperto è anche la sopravvivenza del donatismo dopo il 411.

Identifichiamo quindi una parte consacrata alle fonti scritte, letterarie ed epigrafiche, incominciando con l’Anthologia latina, come è intitolata nei tempi moderni e come è l’obiettivo di molte ricerche recenti. Di seguito, si parla di Arnobio di Sicca, nella conversione dal paganesimo al cristianesimo. Un’iscrizione di Tipasa serve per tentare l’identificazione dei martiri venerati.

Entriamo nella parte dedicata all’epoca bizantina. Riletture di diversi autori servono per esaminare l’amministrazione provinciale dell’Africa sotto Giustiniano. La testimonianza del vescovo Gregorio di Agrigento permette d’indagare sul porto della sua città e lo stretto collegamento col Nord-Africa. Segue un lavoro sulla difesa dell’Egitto bizantino, zona davvero strategica per l’Impero romano-bizantino.

Passiamo adesso alla Cirenaica, per esaminare l’esercito privato di Sinesio contro gli Austoriani o Ausuriani, e per studiare anche le nuove strategie difensive, da Sinesio a Giustiniano.

Transitiamo quindi in Sardegna, per seguire il vescovo africano Fulgenzio, esiliato nell’isola per la sua fede ortodossa, e anche per seguire il Rutilius Palladius, autore del celebre Opus agriculturae e zio dello scrittore Rutilio Namaziano.

Un approccio all’esame della tradizione tardo-antica è ora possibile attraverso un esame dell’opera di Carlo Magno, fondatore del nuovo ordine in Europa.

Dopo queste pagine, entriamo in una parte consacrata alle produzioni artistiche ed epigrafiche. Prima, la musiva, con una nuova proposta di lettura del mosaico di Cartagine con uno splendido catalogo di animali e una iscrizione frammentaria di alto interesse. Segue la strana vicenda di una statua di Mustis consacrata a Giove Ottimo Massimo.

Entriamo con questo nella conoscenza di siti poco noti, grazie alle prospezioni e alle scoperte epigrafiche nella regione di Bou Arada in Tunisia, che consentono di approfondire l’onomastica degli abitanti romani; l’analisi dell’epitafio di Peculiaris permette di procedere verso il sito antico di Ksar Bou Khriss a un centinaio di chilometri dalla capitale Tunisi. Le iscrizioni rendono possibile determinare l’origine africana degli funzionari dei secoli II e III, e di apprendere che 61 spettacoli furono offerti in Numidia da 33 evergeti. I termini pubblici sono l’elemento più sicuro per determinare i confini, come in Mauretania, dove sei cippi terminali si riferiscono a proprietà imperiali.

Continuiamo in ambito epigrafico con la notevole presenza di iscrizioni imperiali di Mauretania Cesariense e Sitifense, che dimostrano più continuità che discontinuità. Sono esaminate le tabulae di ospitalità e di patronato, in particolare una tessera di Leptis Magna. Interessante è la presenza femminile nella medicina dell’Africa romana, con iscrizioni che parlano di 6 obstetrices e 1 medica. L’analisi della tegola di Palermo serve per un erudito esame, con tante considerazioni ipotetiche che non chiudono il dibattito sulla proprietà o no dei Minicii Natales Barcinonenses nell’Africa Proconsolare. Saltiamo a Luni, dove si rivisitano le epigrafi di imperatori e notabili di origine africana. Un’ampia visione del paesaggio epigrafico in Sardegna, Betica e Africa è breve, ma con interessanti suggerimenti.

Ancora sul piano dell’epigrafia, usciamo del territorio africano dapprima con una lettura dei tituli picti su anfore betiche rinvenute a Modena e Parma, e poi con lo studio degli graffiti latini del santuario di Son Oms, sito preistorico di lunga sopravvivenza nell’isola di Maiorca, la cui romanizzazione iniziale viene studiata alcune pagine più avanti (1651 ss.). L’epigrafia è stata una scienza che ha utilizzato molto precocemente le nuove tecnologie e qui si offrono i risultati attraverso un laser scanner 3D di un progetto di ricerca dell’Università degli Studi di Sassari. Continuiamo con la Sardegna, esaminando la nascita della praefectura provinciae Sardiniae, sicuramente dovuta a Tiberio. Infine, i supporti funerari consentono di considerare tipi concreti, come i cippi e le cupae.

Andiamo sulla capitale, Roma. Roma fondata dagli Etruschi? con punto interrogativo; la risposta dell’autore è positiva. Più avanti (p. 1689 ss.) si identificano i resti monumentali rinvenuti a Palazzo Valentini, che consentono l’identificazione col templum Divi Traiani et Divae Plotinae, e si analizzano anche i resti della domus B, molto attiva nel III secolo (p. 1717).

Dopo questa domanda sulla fondazione etrusca di Roma, rientriamo in continente africano, con una riflessione sulle influenze dell’Occidente romano su Marina-el-Alamein, in Egitto. Presentando esempi dall’Africa Proconsolare e dall’Hispania, si studiano i mosaici come documento della cultura letteraria. Si parla successivamente dell’Africa romana nei pavimenti musivi di Lusitania.

Siamo dunque in ambiente ispanico. In primo luogo, le Baleari con la romanizzazione iniziale nell’isola di Maiorca, lo studio dell’epigrafia e la vita municipale di Pollentia e gli initerari tra questa città e Palma. Un parallelismo che si dimostra in parecchie occasioni tra Hispania Citerior e Dalmazia, si può stabilire con l’attribuzione dello ius Italicum alle rispettive comunità sotto Augusto. Per continuare in Dalmazia, si presentano le evidenze epigrafiche di Dalmati nelle provincie africane.

Chiudono questo secondo tomo due articoli, il primo con l’analisi delle importazioni africane nella costa tirrenica cosentina, molto intense tra il III e il V secolo, e finalmente, un secondo che offre i risultati della ricerca archeologica nelle isole pontine maggiori, con un quadro cronologico della media e tarda età imperiale.

E arriviamo al terzo volume con 57 contributi, tutti meno 4 (pp. 2133-2177) dedicati alla archeologia in Sardegna. Di questi, 33 appartengono all’epoca romana.

Noi cominciamo dalla pagina 1807 dove troviamo un bell’articolo sulle produzioni ceramiche tra il II secolo a.C. e il I d.C., l’ una a vernice nera e l’altra conosciuta come sigillata sarda.

Dopo, entriamo in una parte molto ricca, centrata in differenti aspetti della città di Nora, oggetto di ricerca da parte di Università diverse. Dal tempio del culto imperiale a Nora è apparsa la dedica epigrafica a Mulciber. Più avanti nel volume, si analizza il contesto ceramico del pronao e, sempre a Nora, si esaminano anche contenitori anforici che permettono di conoscere meglio i flussi commerciali di Nora e della Sardegna meridionale. Non si trascura la continuità di vita a Nora nella tarda antichità fino al VIII secolo con lo studio della ceramica ad impasto.

Immediatamente dopo troviamo una sintesi sul territorio del Sulcis nel sudovest della Sardegna dove anche una équipe spagnola porta avanti un progetto per inventariare il ricco patrimonio. Più oltre si tratta delle ville e strutture produttive del territorio di San Giovanni Suergiu.

All’età repubblicana appartengono le terrecotte architettoniche del tempio di Sardus Pater ad Antas e di questa località si analizza anche un anello in argento con simbolismo giudeo-cristiano. In contesto alto-medievale si situano le strutture scavate a Selargius, ma i frammenti epigrafici consentono di scorgere l’ hinterland rurale di Cagliari.

Altri contributi ci portano all’anfiteatro di Aquae Ypsitanae-Forum Traiani con i recenti scavi che hanno messo in luce un terzo del monumento. In seguito andiamo al periodo tardo e bizantino della città romana di Cornus e al progetto di approfondire lo studio del paesaggio antico e dello sfruttamento di miniere di ferro. Continuiamo con l’archeologia del paesaggio tra le città di Tharros e Cornus tra il I e il VII secolo. Un altro contributo presenta lo scavo archeologico del ponte sul Rio Palmas, costruito sotto Traiano, mentre l’articolo successivo tratta della viabilità romana in territorio di Tuili. Continuità e rotture, tema centrale del Convegno, si rintracciano nei territori di Teti e Villanova Tulo dove è stato individuato nel 2012 un ambiente di età romana.

Entriamo poi nell’area di Turris Libisonis con due lavori che fanno conoscere importanti indagini archeologiche recenti su questa colonia. Parecchie pagine dopo (2425) si offre la scoperta nel 2013 di un nuovo tratto del suo acquedotto di 106 metri; un altro articolo pubblica una bella gemma vitrea decorata con una scena di caccia al grande felino che si collega ad un modello sulla figura di Alessandro Magno.

Seguono 2 articoli con i nuovi dati delle prospezioni subacquee nell’arcipelago della Maddalena, che offrono nuova luce sui relitti in questa zona di passaggio, chiave per le rotte marittime.

L’utilizzo del termine “Sardo Pellita” viene sottoposto a un’analisi in funzione dei modelli storici utilizzati nelle varie epoche.

Nell’hinterland di Cagliari sono state realizzate prospezioni nel territorio di Settimo San Pietro in età romana e hanno dimostrato un’intensa produzione agraria nei secoli romani e una occupazione capillare.

Proseguendo con i paesaggi rurali, andiamo nel centro della Sardegna, dove la presenza di comunità romanizzate appare più antica di quanto si credeva, come dimostra la villa rustica di Ortueri.

Andiamo avanti nel tempo, con le recenti indagini all’esterno della cattedrale di San Pietro di Bosa eretta nell’XI secolo; nell’area settentrionale sono state scoperte ceramiche africane A, C e D e altre ceramiche di mensa e dispensa dalla fine IV e gli inizi del V secolo. Continuiamo nella valle del Temo, tentando di ricostruire il paesaggio antico di Bosa, molto diverso di quello attuale.

Dopo, andiamo ad Alghero dove si studia una nuova iscrizione funeraria della necropoli di Monte Carru, appartenente a un personaggio della gens Caecilia.

Chiude il volume un bell’articolo d’insieme su continuità e trasformazione di flussi commerciali tra le Baleari, Sardegna, Corsica e alto Tirreno in epoca romana, rivalorizzando il carattere di ponte delle isole nel bacino del Mediterraneo Occidentale e le zone del continente.

Rimane soltanto da fare un breve riassunto degli 4 lavori nella parte centrale del volume (p. 2133 a 2186) che escono dell’area sarda per ritornare all’Africa e a soggetti generali. In primo luogo si tenta di distaccarsi della considerazione generale della provincia come un confine, per fare un elenco dei fines, delle arae e dei termini epigrafici che consentono di intravedere l’identità provinciale. Segue una sintesi sui mausolei romani dell’Africa Proconsolare, con un ricco paesaggio funerario di 400 monumenti all’incirca, molti inediti e in cattivo stato di conservazione; per questo il progetto appare di alto interesse, tenendo conto della distribuzione spaziale, delle tipologie architettoniche e, naturalmente, dell’epigrafia e del rango sociale degli defunti e le loro famiglie. Un terzo articolo parla, in un modo generico, della continuità iconografica in taluni mosaici romani di zone molto diverse. Il quarto articolo di questo blocco tocca il soggetto delle immagini scultoree della gente di colore, discusse al di là delle impostazioni dipendenti da pregiudizi razzisti o etnici: sono i cosiddetti “etiopi” delle fonti letterarie; solitamente rappresentano schiavi o prigionieri.

Con questo arriviamo alla fine del nostro percorso, un percorso di una grande densità e ricchezza, che dimostra una volta di più come la conoscenza del Mediterraneo occidentale non sarebbe la stessa se non avessimo avuto questi 30 anni di Convegni sull’Africa Romana.

Vivant, crescant, floreant !!!